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LA STORIA
Le origini dell'olivo
L'olivo nella storia
L'olivo nella mitologia
L'olivo nelle sacre scritture
La leggenda dell'olivo
La presenza dell'olivo oggi
Statistiche
L'olivicoltura in Puglia
Le origini dell'olivo
L'olivo (Olea Europea) ha le sue origini nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente.
La più antica coltivazione è da attribuire ai popoli semito-camitici, che vivevano sui rilievi a sud del Caucaso (nella zona compresa tra il Pamir ed il Turkestan), ad ovest dell'Altopiano iranico, nella Siria e nella Palestina.
La coltura si sarebbe poi estesa in Egitto e più tardi nelle isole di Cipro, Rodi, Creta e nei territori della Magna Grecia.
L'olivo è il simbolo del bacino del Mediterraneo; la sua storia si fonde con quella della civiltà dei popoli ivi insediati.
A voler seguire su una carta geografica il diffondersi dell'olivo attraverso i secoli, si avverte netta la sensazione dell'abbraccio che questo splendido albero tende al suo mare, lungo le due sponde dell'Europa e dell'Africa.
Nel suo millenario cammino, che lo ha portato dalle aride e desolate pianure dell'Armenia e dalle alte, frastagliate coste dell'Attica, verso l'Occidente e l'Oceano Atlantico, l'olivo ha trovato in Puglia le condizioni ideali di vita.
Venne portato dai primi navigatori fenici e greci; ma furono poi gli arabi ed i romani a diffonderne la coltivazione lungo le fertili vallate e le assolate colline dei due Continenti, sino a coprire oggi una superficie di circa 10 milioni di ettari sui quali insistono 850 milioni di piante.
Dietro l'immagine antica, austera e nello stesso tempo, amichevole di questo albero si nasconde, spesso senza che ce ne rendiamo pienamente conto, una quantità di miti, di simboli, di messaggi che sono ancora oggi parte integrante della nostra vita quotidiana e delle passate civiltà.
L'olivo nella storia
L'intensificarsi dei traffici marittimi lungo le coste del Meridione d'Italia ad opera dei fenici, greci e romani fu alla base dello sviluppo dell'olivicoltura in Puglia, la cui millenaria civiltà ha profonde radici nella presenza dell'olivo; un albero dotato di grande sobrietà e resistenza che si adatta anche a terreni magri e superficiali.
Secondo la teoria più accreditata, l'antenato dell'olivo è l'oleastro, la pianta più rappresentativa della macchia mediterranea, arbusto spontaneo e spinoso, dotato di enorme forza vitale che lo rende quasi immortale.
Si sa come in occasioni di grosse gelate invernali le chiome degli olivi possono anche morire, ma le radici restano vitali e nella primavera successiva la vegetazione risboccia dalle gemme latenti che si trovano alla base del tronco e nel giro di qualche anno si ricostituisce la chioma; la pianta rinnovata torna a vivere ed a produrre.
Gli otto olivi ultracentenari che sopravvivono nel giardino del Getzemani a Gerusalemme sono stati certamente rigenerati dai polloni pedali degli antichi alberi sotto i quali Gesù pregò e soffrì.
La spremitura delle olive per ottenere olio era pratica conosciuta molti secoli prima della venuta di Cristo; le testimonianze di macine primitive sono conservate nei musei dell'isola di Creta, ad Haifa in Israele ed in Egitto.
Innumerevoli le raffigurazioni plastiche e pittoriche che pongono al centro l'albero di olivo e le pratiche connesse con l'estrazione dell'olio e con la sua utilizzazione come medicina, come alimento, come cosmetico, come fornitore di energia e luce.
Anfore in terracotta ed otri di pelle di capra venivano utilizzati per trasportare l'olio, mentre gli unguenti profumati a base di olio d'oliva venivano smerciati in vasi riccamente decorati, come si può ammirare ancora su di un affresco murale della tomba del Faraone Ramsete III, nella valle dei Re a Luxor.
Nel museo nazionale di Taranto sono conservate tre anfore antiche ed un sarcofago di un atleta che aveva partecipato alla Panatanee di Atene ed era stato premiato con vasi riccamente ornati contenenti olio di oliva, ricavato dagli olivi piantati da Solone.
Questi legiferò nel 600 a.C. che per tutta l'Attica fosse vietato l'abbattimento degli alberi di olivo; solo in caso di estrema necessità sarebbe stato consentito l'abbattimento di non più di due piante; ebbene una tale legge è attualmente in vigore nel nostro paese e risale a circa cinquanta anni fa, nell'immediato dopoguerra per salvaguardare il patrimonio olivicolo da indiscriminati abbattimenti per farne legna da ardere.
Con l'affermarsi dell'Impero Romano, l'olio di oliva assunse una funzione strategica nel campo dei commerci e delle attività di scambio fra i diversi popoli; si intensificarono anche gli studi sulla buona coltivazione dell'olivo.
Illustri uomini di cultura quali Plinio, Strabone, Columella, offrirono un notevole contributo di conoscenza sulla coltivazione degli olivi.
Secondo Varro le olive debbono essere brucate (raccolte a mano) utilizzando, se è necessario le scale; Plinio rileva i danni che si procurano alle piante dalla bacchiatura ed ordina ai raccoglitori di non scorticare l'albero.
Columella descrive i diversi sistemi di estrazione dell'olio dalle drupe; questi non differiscono sostanzialmente dalle modalità seguite sino a qualche decennio fa.
Ai secoli bui della caduta dell'Impero Romano segue un periodo di rinnovamento anche per l'olivicoltura, nell'epoca dei Comuni e dei Monasteri.
Rifiorì il commercio dell'olio ad opera dei navigatori veneziani, mentre i monaci Basiliani e i Cistercensi provvedevano a trasformare in oliveti estese zone boscose, anche attraverso l'innesto degli oleastri spontanei.
I porti di Brindisi, Gallipoli, Otranto e Taranto divengono meta di navi che trasportano enormi quantità di olio; vi si installano fondachi oltre che veneziani, anche toscani, genovesi, russi, inglesi e tedeschi.
Il commercio dell'olio di oliva assunse una tale importanza che, nel 1559 il vicerè spagnolo Parafran de Rivera dispone la costruzione di una strada che collegasse Napoli alla Puglia, con biforcazioni per la Calabria e l'Abruzzo, per consentire un trasporto più rapido dell'olio.
L'olivo nella mitologia
Un mito greco attribuisce ad Atena la creazione del primo olivo che sorse nell'Acropoli a protezione della città di Atene.
La leggenda racconta che Poseidone ed Atena, disputandosi la sovranità dell'Attica, si sfidarono a chi avesse offerto il più bel dono al popolo.
Poseidone, colpendo con il suo tridente il suolo, fece sorgere il cavallo più potente e rapido, in grado di vincere tutte le battaglie; Atena, colpendo la roccia con la sua lancia, fece nascere dalla terra il primo albero di olivo per illuminare la notte, per medicare le ferite e per offrire nutrimento alla popolazione.
Zeuss scelse l'invenzione più pacifica ed Atena divenne la Dea di Atene.
Un figlio di Poseidone cercò di sradicare l'albero creato da Atena, ma non vi riuscì, anzi si ferì nel commettere il gesto sacrilego e morì.
Quella roccia che resistette era appunto l'Acropoli, dove la pianta dell'olivo venne presidiata dai soldati perché sacra ai greci.
Al British Museum di Londra si può ammirare una scultura del frontone occidentale del Partenone, dove l'artista Fidia ha rappresentato quest'episodio mitologico.
Secondo una leggenda riferita da Plinio e da Cicerone, sarebbe stato Aristeo lo scopritore dell'olivo e l'inventore del modo di estrarre l'olio, all'epoca fenicia.
Lo stesso Plinio, invece, su altri suoi scritti, parlando dell'Italia, racconta che l'olivo fu introdotto all'epoca del quinto re di Roma, Tarquinio Prisco; un'informazione questa non del tutto peregrina, visto che le più antiche tracce archeologiche finora raccolte sull'olivicoltura in Etruria risalirebbero al VII sec. a.C., descrivendo ben 15 cultivar di questa pianta, che, ai suoi tempi, rappresentava già la base di importanti attività economiche e commerciali.
L'olivicoltura era molto diffusa al tempo di Omero; l'Iliade e l'Odissea narrano spesso dell'olivo e del suo olio.
Stupenda la descrizione della camera da letto nella quale Penelope accolse Ulisse al suo ritorno e che Ulisse stesso aveva costruito prima della sua partenza con legno di olivo.
A Roma l'olivo era dedicato a Minerva e a Giove.
I romani, pur nella loro praticità di considerare l'olio d'oliva come merce da esigere dai vinti, da commerciare, da consumare, mutuarono dai Greci alcuni aspetti simbolici dell'olivo.
Onoravano i cittadini illustri con corone di fronde di olivo; così pure gli sposi il giorno delle nozze e della loro prima notte; ed infine i morti venivano inghirlandati per significare di essere vincitori nelle lotte della vita umana.
Nell'area islamica molte leggende fanno riferimento all'olivo e al suo prodotto; tra le tante si vuol ricordare la storia di Alì Babà ed i suoi 40 ladroni nascosti negli otri che dovevano contenere l'olio.
L'olivo nelle sacre scritture
La Bibbia abbonda di citazioni sull'olivo ed il suo olio: dalla Genesi apprendiamo che la seconda colomba mandata da Noè dopo il diluvio universale tornò con un ramoscello di olivo nel becco, segno evidente che l'acqua si era ritirata da una zona olivetata, localizzabile sul monte Ararat, nella Turchia orientale.
Ne parla Mosè nel Deuteronomio e Samuele nel libro primo; citano gli olivi e gli oliveti i profeti Gioele, Amos, Miscea e Ezechiele.
Nel Levitico, Iddio parla a Mosè ordinandogli di curare i lebbrosi con l'olio di oliva.
Re Salomone pagò i carpentieri di Tiro che avevano lavorato al tempio di Gerusalemme con 20 mila misure di olio di oliva.
L'olivo è stato da sempre considerato una pianta sacra; dalla identificazione dell'olio di oliva con lo 'Spirito di Dio' nasce l'unzione regale e sacerdotale; infatti la religione cristiana, proprio riferendosi all'olivo e al suo olio, citati nei Vangeli, estese il dono dell'olio benedetto a tutta la comunità dei credenti.
L'olio di oliva benedetto serve per il battesimo e per la consacrazione dei sacerdoti, per offrire l'estrema unzione ai morenti ed infine, con l'olio di oliva si segna la fronte dei soldati di Cristo.
Giorno di pace è quello delle palme; l'olivo benedetto viene scambiato come segno di pace e viene collocato a capo del letto o vicino al crocifisso.
La lampada ad olio, permanentemente accesa vicino al Tabernacolo, testimonia della presenza del Corpo di Gesù Cristo.
La leggenda dell'olivo
Una leggenda che il nonno di Giuseppe De Noia, ora defunto, nelle freddolose giornate invernali, (il periodo della raccolta delle olive), raccontava la mattina presto intorno al fuoco, prima che si cominciasse a lavorare.
"Un giorno in un luogo sperduto della terra tutte le piante si riunirono in una grande assemblea per eleggere il loro re; dopo aver tanto discusso e discusso, tutti si trovarono d'accordo su una proposta, e cioè quella di eleggere l'albero di olivo, loro re assoluto.
L'olivo dopo una breve riflessione ed un attimo di silenzio si espresse comunicando a tutti i presenti che si rifiutava di accettare il pur lusinghiero incarico, in quanto la missione che Dio gli aveva assegnato per il bene dell'umanità era più importante di quella di occupare il suo tempo nelle cure del Governo".
La presenza dell'olivo oggi
E' mediterranea la regione del mondo con il più alto accentramento dell'olivo e cioè, l'Andalusia, che fornisce, da sola, circa l'80% della produzione spagnola nazionale (la Spagna è stata quasi sempre al primo posto, in alternanza con l'Italia, nella graduatoria internazionale delle ultime campagne olivicole) e, dunque, il 26,12% di quella mondiale (addirittura più della quarta parte), in ordine di importanza infatti i paesi europei più olivetati sono: Spagna, Italia, Grecia, Portogallo e Francia.
Al di fuori dell'Unione Europea sono da ricordare Turchia, Israele, Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto, Siria e in altri continenti, Stati Uniti, Argentina, Australia e adesso persino le isole asiatiche.
Nella penisola italiana, l'olivicoltura predomina in ampie aree del Mezzogiorno, dove le sterminate distese di oliveti sono da sempre una caratteristica agraria; in Puglia, innanzitutto (regione che per l'Italia è come l'Andalusia per la Spagna) e in particolare nella Terra di Bari (da dove prende il nome il Consorzio di Valorizzazione e Commercializzazione dell'olio extravergine di oliva più grande del mondo), nel Salento ed a seguire la Calabria e la Sicilia.
Ma non sono da trascurare anche gli oliveti delle altre regioni peninsulari e insulari, zone in cui compare anche la coltura promiscua.
La Toscana vanta soprattutto gli oliveti del Chianti e del Mugello.
In Umbria, Spoleto può essere considerata la piccola capitale dell'olio della regione, mentre, nelle vicine Marche, l'Ascolano e il Maceratese sono noti soprattutto per le grandi olive polpose da mensa, preparate appunto all''ascolana'.
Nel Lazio, è soprattutto la Sabina a primeggiare, ma non sarebbe giusto non menzionare da un lato il Viterbese, dall'altro il Lazio meridionale un tempo campano, con le celebri olive di Gaeta, piccole, violacee ed amarognole, coltivate sulle scoscese colline attorno ad Itri.
E poi come dimenticare il resto del Mezzogiorno, dall'Abruzzo adriatico, al Molise, dalla Campania alla Lucania.
La Sardegna cuore antico del Mediterraneo, vanta gli stupendi oliveti del Sassarese, di Cuglieri e di Oristano, ma nemmeno il Nord Italia è da ignorare, non solo per le meravigliose coltivazioni, ugualmente mediterranee della Liguria, ma anche per quelle, delle zone interne.
Statistiche
Secondo le statistiche, si possono stimare 500 milioni di olivi nei diversi territori di coltura. L' Europa è la più grande produttrice di olio d'oliva con circa 1'80% (Spagna 42%, Italia 24%, Grecia 12%). Il resto della consistenza la troviamo in oriente, Nord-Africa, Sud-America e Sud-Ovest degli Stati Uniti.
La produzione olearia italiana, da 2,73 milioni di quintali della media del 1950-54, sale nel 1960 a 3,5 milioni di quintali, compresi 430 mila quintali estratti dalle sanse. Attualmente 1'Italia produce sui 5 milioni di quintali medi annui: il 30% ha i requisiti dell'olio extra vergine, il 20% dell'olio vergine, mentre il restante 50% è classificabi1e come lampante.
Dato che gli italiani consumano in media 12 kg di olio di oliva a testa per anno, siamo costretti ad importarne specialmente dai paesi del Mediterraneo.
Negli ultimi 5 anni siamo stati debitori con l'estero per 5 milioni di quintali, per oltre 400 miliardi di lire di valore corrente pari al 12% della produzione interna espressa in valuta.
Tali importazioni sono certamente necessarie per coprire il fabbisogno, ma spesso mortificano le produzioni nazionali, poiché gli oli di importazione vengono offerti sul mercato italiano a prezzi concorrenziali.
L'olivicoltura in Puglia
L'olivicoltura in Puglia, fatta eccezione per il Tavoliere a bassa intensità olivicola, è diffusa in maniera capillare su tutto il territorio regionale.
L'incidenza dell'oliveto nelle varie province pugliesi, pur essendo sempre rilevante, è piuttosto diversificata; le province di Bari e Lecce assumono da questo punto di vista un notevole peso.
Al di là della semplice e rigida suddivisione per province, il panorama olivicolo regionale presenta alcuni tipici areali di coltivazione dell'olivo:
- Areale delle colline del Gargano e del Basso Fortore;
- Areale del Nord e della Conca Barese (Terra di Bari);
- Areale Jonico-Salentino;
In tali zone la coltura si presenta molto diversificata per varietà coltivate (Coratina, Cima di Bitonto etc.), per il sesto di impianto, per il metodo ed il tempo di raccolta (a terra o sulla pianta), per quantità e qualità del prodotto, per la presenza o meno di irrigazione, per la natura e giacitura dei terreni.
L'area delle colline del Gargano che si estende su di una superficie di circa 20 mila ettari rappresenta la zona olivicola per eccellenza della provincia di Foggia.
La varietà principalmente coltivata è rappresentata dall'Ogliarola Garganica che viene prodotta da piante secolari e di mole gigantesca.
Le aziende hanno un indirizzo in prevalenza olivicolo con una buona presenza di aziende di oltre 20 ettari.
La forma di conduzione è familiare nelle piccole aziende mentre in quelle medio-grandi si fa ricorso alla manodopera avventizia.
La coltura non è in irriguo e la raccolta viene effettuata a mano sulla pianta.
Il Basso Fortore, invece, si caratterizza per la presenza della cultivar Peranzana a duplice attitudine e molto soggetta alla alternanza di produzione, infatti le produzioni variano dai 100 Kg/pianta nelle annate di carica ai 10-20 Kg/pianta in quella di scarica.
Le aziende con oliveto sono a prevalente indirizzo cerealicolo-viticolo e l'oliveto occupa circa 2 o 3 ettari.
Le aziende olivicole specializzate rappresentano circa il 10% ed hanno maglia aziendale media di 5 ettari.
Dall'area foggiana a quella barese il passaggio avviene attraverso la capitanata meridionale caratterizzata da aziende non specializzate che coltivano anche grano, vite e ortaggi.
Nel Nord-Barese la cultivar o varietà più rappresentata è la 'Coratina' e le aziende olivicole specializzate sono molto diffuse.
Questa area raggiunge i 65 mila ettari e si caratterizza oltre che per l'alta densità olivicola, come la zona dove si pratica l'olivicoltura più avanzata della regione per varietà coltivate, per ampiezza della maglia aziendale, per livello di meccanizzazione e per grado di diffusione dell'irrigazione.
La raccolta si effettua sulla pianta, manualmente e con scuotitori meccanici.
In media la produzione per pianta è di 40 Kg. di olive; l'alternanza di produzione viene notevolmente attenuata con il diffondersi in questa area della pratica irrigua.
La 'Conca Barese' comprende il territorio centrale della provincia barese e la superficie olivetata è rappresentata da circa 70 mila ettari.
Le aziende con olivo sono quasi sempre miste (olivo-vite, olivo-vite-mandorlo, olivo-mandorlo); sono poco diffuse le aziende olivicole specializzate e la coltura generalmente è in asciutto.
La maglia aziendale più frequente è di 2/3 ettari con folta presenza di aziende di 5/12 ettari e la forma di conduzione è quella della proprietà-coltivatrice, la raccolta è manuale e la produzione per pianta si aggira intorno ai 20/25 Kg.
Le varietà più diffuse sono l'Ogliarola Barese e anche in minore misura la Coratina.
Nel Salento (Lecce, Brindisi, Taranto) l'olivicoltura si estende su un area di circa 150 mila ettari ed è caratterizzata da impianti secolari con sesti di impianto molto larghi;
le aziende olivicole specializzate, sono meno numerose di quelle miste.
L'orientamento tecnico-economico di queste ultime varia a seconda delle zone ed in funzione della presenza o meno dell'acqua irrigua e della maglia aziendale.
Così nel 'leccese' prevalgono le aziende olivicole-tabacchicole di 2/3 ettari in asciutto; nel 'tarantino' sono rappresentate maggiormente aziende agrumicole-olivicole e ortive-olivicole in irriguo; nell'areale 'brindisino' prevalgono le aziende in asciutto olivicole-zootecniche con la coltura foraggera nel sottochioma, la maglia aziendale di queste ultime due aree è relativamente più ampia (5/6 ettari) di quella leccese, dove per altro sono abbastanza frequenti le aziende con 10/20 ettari di oliveto. L'Ogliarola è la varietà più diffusa. Esistono anche in questa area espressioni di una moderna e razionale olivicoltura dal livello tecnologico più avanzato rappresentate da nuovi impianti ad alta densità d'investimento (400 piante/ha) con micro-irrigazione e varietà a drupe grosse (Nociara, Leccino, Frantoio) .
Franco Catapano - Giuseppe De Noia
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